La parabola del pescatore messicano e del banchiere americano

La conoscevo già eppure è stato solo quando l’ho vissuta sulla mia pelle che l’ho capita fino in fondo.
 
 
Nel corso degli anni infatti ho ritrovato questa storiella con una certa frequenza: su diversi siti, oppure riportata come post su Facebook in svariate occasioni. Insomma: l’ho vista e rivista un po’ in tutte le salse. Non è niente di nuovo, e probabilmente l’avrai già sentita anche tu.

 

“Una storiella carina” pensavo. Fino a quel giorno in cui mi sono trovato in una situazione molto simile. Ed è stato allora che la mia mente ha fatto il proverbiale click

 


Il banchiere americano era sul molo di un piccolo villaggio costiero messicano. Legata al molo, c’era solo una piccola barca, con a bordo un pescatore, solo.

Dentro la piccola barca c’erano diversi tonni della varietà pinna gialla davvero notevoli.

 

L’americano si complimentò con il messicano per la qualità dei suoi pesci e gli chiese quanto tempo gli ci era voluto per pescarli.

Il messicano rispose: “Poco”. Quindi l’americano gli chiese perché non fosse rimasto fuori più tempo, per prendere più pesce.

 

Al che il messicano rispose: “Perché con questi ho già più di quello che mi serve per soddisfare le mie necessità e quelle della mia famiglia”.

L’americano allora chiese: “Si, ma cosa fai con tutto il tempo che ti rimane?” e il messicano rispose: “Dormo fino a tardi, gioco con i miei figli, mi riposo con mia moglie. La sera passeggio per il villaggio, dove bevo vino e suono la chitarra coi miei amici. Insomma ho una vita piena già così”.

 

L’americano sorrise divertito e con tono paternalistico disse:  “Amico, io ho un MBA (Master in Business Administration) ad Harvard. Posso aiutarti. Senti: tu dovresti passare più tempo fuori a pescare. E con i ricavi, dovresti comprarti una barca più grande. Con i guadagni della barca più grande, potrai comprare altre barche. Potresti addirittura arrivare ad avere una tua flotta di barche da pesca.”.

 

Continuò: “Invece di vendere il tuo pescato ad un intermediario, potresti vendere direttamente al distributore; e magari aprire uno stabilimento per la conservazione. Il tuo stabilimento! Potresti controllare il prodotto, la lavorazione e la distribuzione. Potresti finire per lasciare questo piccolo villaggio di pescatori per spostarti a Città del Messico. E poi chissà: Los Angeles ed eventualmente a New York, da dove potresti guidare il tuo impero in continua espansione”.

 

Poco convinto, il pescatore messicano chiese: “E quanto tempo ci vorrebbe per tutto questo?”. L’americano rispose: “Fra i 15 e i 20 anni.

“E poi, cosa succederebbe?”, chiese ancora il messicano.

L’americano rise e disse: “È qui che arriva la parte migliore, amico mio. Quando arriverà il momento giusto, annuncerai un’IPO (Initial Public Offering o offerta pubblica di acquisto, quando si quotano le aziende in borsa). Potrai vendere le azioni della tua compagnia e diventare ricco. Parlo di milioni!”.

 

“Uhm, milioni. E poi?”.

L’americano rispose senza indugio: “Beh, poi potrai ritirarti, amico. E allora ti sposterai in un piccolo villaggio di pescatori sulla costa dove potrai dormire fino a tardi, pescare un po’, giocare con i tuoi figli, riposarti con tua moglie. Ogni sera potrai passeggiare per il villaggio, bevendo vino e suonando la chitarra coi tuoi amici e …oh…

 

C’è una grande differenza tra fare soldi ed essere felici, e le due cose non sono necessariamente collegate.

 

Io e Giulia – mia partner nella vita e nel business – lo diciamo sempre. Ci sono gli obiettivi di vita, prima.

 

Poi ci sono gli obiettivi finanziari a sostegno di quegli obiettivi di vita.

 

Bisogna individuare gli obiettivi di vita e poi lavorarci su. Si costruisce tutto a partire da quello, dalle fondamenta.

 

Insomma, si investe PER qualcosa prima di investire IN qualcosa.

 

Anni fa ero ossessionato dal mio lavoro.

 

Da buon milanese, fatturare era la parola d’ordine.

 

Bisognava fatturare, crescere, espandersi. Ogni anno pianificavo il budget e dovevo superare gli obiettivi di vendita che mi ero prefissato.

 

Inutile dire che stavo trascurando la mia vita e mi stavo perdendo tutte le cose importanti. Trascuravo me stesso e la mia famiglia. Sia chiaro, la cosa non mi piaceva. Quando il pensiero emergeva, mi limitavo ad evitare accuratamente di ascoltare, e mi davo da fare ancora di più.

 

Più sei impegnato, meno tempo hai per fermarti a pensare

 

Quindi non ascoltavo i segnali anche fisici che il mio corpo e la mia mente mi stavano inviando.

Soldi = fatturato. Fatturato = soldi. Punto. Non c’era altro.

 

Poi mi sono sposato.

 

Io e Giulia abitavamo già insieme, avevamo già un figlio e avevamo già un’attività insieme. Diciamo che abbiamo fatto le cose un po’ a modo nostro. Ci siamo sposati quando nostro figlio Alessandro era piccolo, e siamo partiti per il viaggio di nozze in Repubblica Dominicana.

Il primo di tanti viaggi ai Caraibi, lo ricordo come fosse ieri.

Abbiamo conosciuto un gruppo di ragazzi fuori dal villaggio turistico durante una delle nostre escursioni esplorative.

Mangiando con loro abbiamo fatto domande e abbiamo ascoltato la loro visione delle cose. Semplice e lineare, con poche complicazioni.

Poi è stato il nostro turno: ci siamo raccontati.

 

Erano increduli quando spiegavamo che l’asilo nido costava seicento euro al mese, ossia la metà di uno stipendio medio. Erano stupiti quando spiegavamo loro il modo in cui vivevamo e perché lo facevamo. La rata del mutuo o l’affitto medio, la rata dell’auto, il costo dell’autostrada e del gasolio.
Tutti quei piani e quei progetti che ci sembravano tanto naturali e sensati a casa nostra sembravano stupidi e privi di senso intorno a quel fuoco sulla spiaggia.

 

E così alla fine il nostro amico pittore/venditore/guida turistica improvvisata, Juan, disse qualcosa che fu come uno schiaffo tra capo e collo.

 

Mi disse “Certo capo, tu hai sicuramente una bella vita. Bella casa, bella macchina. Lavorate in due, quindi avete tutto quello che vi serve e molto di più. Mangiate in ristoranti costosi e alla moda.”

 

Continuò: “Noi qui, lo vedi, abbiamo poco o niente. Ma alla fine facciamo poco o niente. Lavoriamo quel tanto che basta. Ci arrangiamo tra noi. Le nonne tengono i nipoti che crescono tutti insieme, giocando tutto il giorno. La sera mangiamo tutti insieme. I nostri ritmi li decidiamo noi: ci svegliamo col sole e andiamo a dormire senza pensare troppo a domani. Si, insomma: abbiamo poche cose ma zero sbattimenti. Voi invece per staccare la spina dovete spendere migliaia di euro (ancora!) e venire dall’altra parte del mondo. E sognate di prendere una casetta qui per vivere come noi”.

 

Qual è la morale della storia?

 

La morale della storia non è certo che dobbiamo tutti mollare tutto e andare a vivere in Repubblica Dominicana.

Troppo semplice e troppo superficiale. Non è detto che neanche quella sia la vita ideale per tutti.

 

La morale è che non bisogna perdere di vista le cose importanti. Che anziché concentrarsi solo ed esclusivamente sui risultati, bisognerebbe godersi il viaggio.

Che la vita è quella che vivi ogni giorno, tra una vacanza e l’altra. Sarebbe troppo riduttivo confinare le cose belle e il tempo per sé stessi e la famiglia solo ai periodi di ferie. Non si può vivere in apnea aspettando le vacanze per emergere e dedicarci a ciò che ci piace.

Dobbiamo a noi stessi e ai nostri cari una vita piena, sostenibile e che valga la pena di essere vissuta. Non costantemente in preda allo stress e all’ansia da prestazione.

Vivere una vita serena e soddisfacente non è solo possibile, ma necessario.

È ormai dimostrato che il concetto di ricchezza è strettamente collegato al benessere dell’individuo. Non a caso, negli ultimi anni si è cominciato a parlare di Economia della Felicità e a studiare la correlazione tra Pil e felicità. Il caso più famoso è stato forse lo studio del Bhutan , in cui nel 2008 è stato ufficialmente adottato  il GNH o Gross National Happiness: l’indice di felicità nazionale lorda.

 

Chi ci conosce sa bene che questo è forse più il territorio di Giulia, e che non mi si può certamente accostare a concetti hippie o new age. Al contrario, sono una persona molto pratica e concreta.

 

Eppure storie come questa non possono non farci riflettere. Su chi siamo, cosa vogliamo e cosa siamo disposti a fare per ottenerlo. Ecco, io non sono disposto a sacrificare la mia vita oggi nell’ottica di un ipotetico futuro quando sarò vecchio. Futuro che tra l’altro nessuno mi può garantire.

Quindi ho intenzione di fare il possibile perché quel futuro arrivi presto. E intanto di godermi il viaggio il più possibile fino a che non ci arriverò.

Questa è in soldoni la morale della storia.

 

 

Al tuo successo,

 

Marco Ortelli

Imprenditore, Senior Trading Coach e fondatore di Investment Academy

 

 

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8 commenti su “La parabola del pescatore messicano e del banchiere americano

    • Grazie Matteo. Sono d’accordo con te: il paradosso è che ci complichiamo la vita perdendo di vista le cose più importanti. Che sono le uniche che ci possono davvero rendere felici.

  1. Importante è accorgersi in tempo e non correre sulla ruota del criceto tutta la vita. Poi ognuno di noi sa’ qual è la sua felicità.

    • Proprio così, Alberto. Basta sapersi ascoltare e non dimenticarselo. Perché a volte correndo può succedere di perdere di vista ciò che conta.

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